Testo
di Salvatore Fiume
Ho
dipinto i miracoli di San Rocco dentro la cupola di una chiesetta dedicata
a quel Santo nel piccolo paese della Calabria chiamato Fiumefreddo Bruzio.
Nessuno mi ha chiesto, nè ordinato quel lavoro. Io stesso ho pregato le
autorità di lasciarmelo eseguire perchè fin dal 1959 desideravo decorare
una cupola come Goya aveva fatto a Madrid nella cappella di Sant'Antonio
de la Florida. La potenza con cui Goya aveva rotto gli schemi tradizionali
della rappresentazione di fatti religiosi mi aveva sconvolto e affascinato.
Nel 1959, in occasione di un mio viaggio in Spagna, con negli occhi ancora
tutta la pittura del Rinascimento italiano, vedevo per la prima volta nella
cupola goyesca un nuovo modo di rappresentare gli avvenimenti d'ordine soprannaturale
in mezzo alle miserie terrene. Goya, pittore poco religioso, si era preoccupato
di dare maggior risalto al dolore umano e allo smarrimento degli umili piuttosto
che al privilegio del Santo di poter operare miracoli e dispensare guarigioni.
Non si trattava certo di una polemica sul valore che la Chiesa annette ai
Santi, ma semplicemente di un modo nuovo, alquanto dimesso rispetto a quello
rinascimentale, di rappresentare gli interventi soprannaturali sulla umanità
sofferente, spesso incredula e perfino volgare. Siffatte rappresentazioni
all'interno di una chiesa possono dar luogo ad equivoci: possono apparire
perfino delle profanazioni del luogo sacro. Ma a ristabilire l'equilibrio
interviene, come nel caso della cupola di Madrid, la bellezza della pittura
di Goya che è anch'essa un miracolo, secondo me, di natura non meno divina
di quella dei miracoli del Santo della Florida. Un vuoto semisferico posto
in alto ha il potere di attirare non soltanto lo sguardo ma anche lo spirito
quando si trovi all'interno di un luogo sacro. Chi volge gli occhi verso
il cielo, quasi sempre abbandona per un istante le sue cure terrene. Il
pittore del nostro tempo, che si avventuri in una esperienza come quella
di Fiumefreddo, non conosce le difficoltà del dipingere su di una superficie
concava che si direbbe rotante per la infinità di scorci che vengono a crearsi
ad ogni spostamento del punto di vista. Naturalmente lassù il pittore deve
far sì che l'intera composizione sia leggibile, dal basso, con una sola
occhiata al massimo con due. Ho dipinto la cupola di San Rocco, santo protettore
degli appestati, proprio nei giorni in cui a Seveso una nube tossica, sprigionata
da una fabbrica di non so quali prodotti venefici, invadeva una gran parte
della Brianza ammalando la gente del luogo e perfino la terra e le piante.
Forse non sarei riuscito a rendere tanto drammatico il racconto della peste,
nè così efficace lo slancio di San Rocco nel cacciare la morte, se in quei
giorni non fossi stato turbato dalla tragedia di Seveso, paese vicino a
Canzo dove io ho la mia casa, i miei familiari e il mio laboratorio. Credo
che lo stato di tensione in cui ci trovammo tutti nell'estate del 1976 contribuì
a farmi cominciare e finire, quasi in trance, l'intera decorazione in solo
dodici giorni. I temi della decorazione sono, appunto, la peste e i miracoli
di San Rocco. La composizione illustra quattro aspetti della vicenda vissuta
dal Santo in Italia quando, proveniente dalla Francia, in pellegrinaggio
per Roma, trovò quel terribile flagello. Nel primo è rappresentato l'incontro
di San Rocco con la peste. Nel secondo: la cacciata della morte. Nel terzo:
la fede che si diffonde tra le popolazioni colpite dal morbo; e nel quarto:
il ritorno alla vita simboleggiato dalla evocazione biblica di Adamo ed
Eva sotto un albero che è fiorito là dove era rinsecchito e bruciato.
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