Testo di Salvatore Fiume

Dal giornale "Il fiume", numero unico pubblicato da Salvatore Fiume nel 1956 a sue spese.



Al largo di Nantucket un mio dipinto di quarantotto metri di base per tre metri di altezza è finito l'altro giorno in fondo al mare, al largo dell'isola di Nantucket su un fondale profondo settanta metri. Ora mi sono adattato a immaginarlo fra i pesci, visitato da centinaia di pesci-lanterna che vanno a guardarselo pezzetto per pezzetto, come noi del mestiere facciamo coi quadri che vediamo per la prima volta. Non potevo rassegnami all'idea che il mio lavoro di un anno fosse condannato alla decomposizione nel buio e nel silenzio del fondo marino. Pareva inaffondabile, tanto era grande nel mio studio, disteso comodo sulle pareti come un gigante sdraiato sulla spiaggia. Penso però che difficilmente l'acqua riuscirà a fare scempio di una pittura impermeabile come una balena: dipinta ad olio e protetta da vernici inattaccabili, sia sul davanti che sul retro della tela, forse soltanto il sale contenuto nell'acqua marina potrà intaccarla. Ma mentre ciò non avviene, io trovo conforto pensando che qualcuno ancora, anzi moltissimi, vanno a visitarlo: visitatori curiosi e irrequieti, aprono la bocca di meraviglia guardandosi a scatti gli uni con gli altri, come fanno i ragazzi di scuola quando in massa visitano una galleria d'arte o una fabbrica di giocattoli. Anche il mio autoritratto è laggiù: sto in piedi fermo in una via deserta di una città immaginaria. I pesci mi vedranno di profilo, ma con l'occhio che guarda intorno perplesso. Infatti vi è rappresentato il mio stupore nel trovare appoggiato a un muro di quella città un quadro che io stesso avevo dipinto e collocato in casa della signora Lisa Licitra Ponti a Milano. Dall'alto di quel muro si affacciano sulla via deserta due figure, in una delle quali è ritratta mia moglie che guarda il paesaggio lontano, ignara che io sia suo marito, e nell'altra mio figlio incurante che io sia suo padre. Questa città immaginaria, dove io sembro un forestiero, si estende in lungo e in largo tanto da collegare in un'unica superficie una ventina di città italiane, comunicanti fra loro attraverso porticati e corridoi, lungo i quali senza interruzione si possono avere sorprese come quella d'incontrare Napoleone con Giuseppina Beauarnhais, Galileo Galilei, Vittoria Colonna, i Duchi di Mantova e quelli del Montefeltro intenti ad osservare opere di scultura e di pittura dei maggiori maestri italiani. Quei portici sfociano qua e là su vastissime piazze e davanti ad altissime architetture, che ora, tra i pesci e le alghe, daranno un nuovo aspetto al fondo marino. Da qualunque parte i pesci guarderanno, avranno l'impressione di vedere una città senza confini con terrazze e giardini pensili popolati di statue, e di quadri: qua un Tiziano, qua un Raffaello, qua un bronzo romano, un disegno di Leonardo, un ritratto del Magnifico, una statua del Petrarca, la statua equestre di Marco Aurelio, un ritratto dell'Ariosto. Una città-museo questa, vista come in sogno, dove le immagini si avvicendano senza un preciso ordine nel tempo e nello spazio. Perciò la Loggia dei Lanzi è distribuita in tanti frammenti che sono andati a far parte di altre logge e architetture di epoche diversissime, e si è ricomposta in altro punto piccola, vicino al Mosè di Michelangelo che il sogno ha sviluppato in altezza venti volte la statura di un uomo. Circolano intanto salendo per gradinate, discendendo per sottopassaggi e ritrovandosi a gruppi su cavalcavie Bramante, Giotto, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Beato Angelico, Brunelleschi e loro allievi: discutono opere di architettura, di pittura, di scultura, forse lo stesso dipinto in cui sono ritratti accomunati insieme in un'epoca immaginaria. Anche i pesci si chiederanno forse che significhi tutto ciò, e io oso sperare che qualche aringa o pesce-luna sia in grado di chiarire che l'opera d'arte è in fondo frutto del genio e dell'esperienza di tutti. Sono l'una accanto all'altra opere come la "Lavinia" di Tiziano e la "Testa di Archimede" d'autore romano; il "Concerto" di Giorgione e un'armatura sbalzata medievale, lo "Sposalizio della Vergine" di Raffaello, la statua in bronzo di Giulio Cesare, il marmo del "Buon Pastore" paleocristiano, il "Ritratto di Giulio II", l'"Autoritratto" di Michelangelo, il "Ritratto di T.Tasso", il "Davide" del Verrocchio, "La Gioconda" di Leonardo, "Il Perseo" di Cellini, la "Statua di Catone", "Giuditta e Oloferne" di Donatello, "La Flora" di Tiziano, un ritratto di Dante indicato da una nobildonna romana a un gentiluomo negro di passaggio per l'Italia, ed infine il già citato mio quadro, che per modestia ho relegato di scorcio contro un muro in una strada deserta, dove a studiarselo non ci sono illustri personaggi, ma un cane di passaggio e l'autore, meravigliato di trovare qualcuno che se ne occupi.