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Al
largo di Nantucket un mio dipinto di quarantotto metri di base per tre
metri di altezza è finito l'altro giorno in fondo al mare, al largo
dell'isola di Nantucket su un fondale profondo settanta metri. Ora mi
sono adattato a immaginarlo fra i pesci, visitato da centinaia di pesci-lanterna
che vanno a guardarselo pezzetto per pezzetto, come noi del mestiere
facciamo coi quadri che vediamo per la prima volta. Non potevo rassegnami
all'idea che il mio lavoro di un anno fosse condannato alla decomposizione
nel buio e nel silenzio del fondo marino. Pareva inaffondabile, tanto
era grande nel mio studio, disteso comodo sulle pareti come un gigante
sdraiato sulla spiaggia. Penso però che difficilmente l'acqua riuscirà
a fare scempio di una pittura impermeabile come una balena: dipinta
ad olio e protetta da vernici inattaccabili, sia sul davanti che sul
retro della tela, forse soltanto il sale contenuto nell'acqua marina
potrà intaccarla. Ma mentre ciò non avviene, io trovo conforto pensando
che qualcuno ancora, anzi moltissimi, vanno a visitarlo: visitatori
curiosi e irrequieti, aprono la bocca di meraviglia guardandosi a scatti
gli uni con gli altri, come fanno i ragazzi di scuola quando in massa
visitano una galleria d'arte o una fabbrica di giocattoli. Anche il
mio autoritratto è laggiù: sto in piedi fermo in una via deserta di
una città immaginaria. I pesci mi vedranno di profilo, ma con l'occhio
che guarda intorno perplesso. Infatti vi è rappresentato il mio stupore
nel trovare appoggiato a un muro di quella città un quadro che io stesso
avevo dipinto e collocato in casa della signora Lisa Licitra Ponti a
Milano. Dall'alto di quel muro si affacciano sulla via deserta due figure,
in una delle quali è ritratta mia moglie che guarda il paesaggio lontano,
ignara che io sia suo marito, e nell'altra mio figlio incurante che
io sia suo padre. Questa città immaginaria, dove io sembro un forestiero,
si estende in lungo e in largo tanto da collegare in un'unica superficie
una ventina di città italiane, comunicanti fra loro attraverso porticati
e corridoi, lungo i quali senza interruzione si possono avere sorprese
come quella d'incontrare Napoleone con Giuseppina Beauarnhais, Galileo
Galilei, Vittoria Colonna, i Duchi di Mantova e quelli del Montefeltro
intenti ad osservare opere di scultura e di pittura dei maggiori maestri
italiani. Quei portici sfociano qua e là su vastissime piazze e davanti
ad altissime architetture, che ora, tra i pesci e le alghe, daranno
un nuovo aspetto al fondo marino. Da qualunque parte i pesci guarderanno,
avranno l'impressione di vedere una città senza confini con terrazze
e giardini pensili popolati di statue, e di quadri: qua un Tiziano,
qua un Raffaello, qua un bronzo romano, un disegno di Leonardo, un ritratto
del Magnifico, una statua del Petrarca, la statua equestre di Marco
Aurelio, un ritratto dell'Ariosto. Una città-museo questa, vista come
in sogno, dove le immagini si avvicendano senza un preciso ordine nel
tempo e nello spazio. Perciò la Loggia dei Lanzi è distribuita in tanti
frammenti che sono andati a far parte di altre logge e architetture
di epoche diversissime, e si è ricomposta in altro punto piccola, vicino
al Mosè di Michelangelo che il sogno ha sviluppato in altezza venti
volte la statura di un uomo. Circolano intanto salendo per gradinate,
discendendo per sottopassaggi e ritrovandosi a gruppi su cavalcavie
Bramante, Giotto, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Beato Angelico,
Brunelleschi e loro allievi: discutono opere di architettura, di pittura,
di scultura, forse lo stesso dipinto in cui sono ritratti accomunati
insieme in un'epoca immaginaria. Anche i pesci si chiederanno forse
che significhi tutto ciò, e io oso sperare che qualche aringa o pesce-luna
sia in grado di chiarire che l'opera d'arte è in fondo frutto del genio
e dell'esperienza di tutti. Sono l'una accanto all'altra opere come
la "Lavinia" di Tiziano e la "Testa di Archimede" d'autore romano; il
"Concerto" di Giorgione e un'armatura sbalzata medievale, lo "Sposalizio
della Vergine" di Raffaello, la statua in bronzo di Giulio Cesare, il
marmo del "Buon Pastore" paleocristiano, il "Ritratto di Giulio II",
l'"Autoritratto" di Michelangelo, il "Ritratto di T.Tasso", il "Davide"
del Verrocchio, "La Gioconda" di Leonardo, "Il Perseo" di Cellini, la
"Statua di Catone", "Giuditta e Oloferne" di Donatello, "La Flora" di
Tiziano, un ritratto di Dante indicato da una nobildonna romana a un
gentiluomo negro di passaggio per l'Italia, ed infine il già citato
mio quadro, che per modestia ho relegato di scorcio contro un muro in
una strada deserta, dove a studiarselo non ci sono illustri personaggi,
ma un cane di passaggio e l'autore, meravigliato di trovare qualcuno
che se ne occupi.
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