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Poesia - poesia - non si sa che cosa sia. Forse non lo sa neppure il re di Svezia. Vista da una angolazione utilitaristica è cosa che si potrebbe buttar via: non serve a nessuno e meno ancora ai poeti che con quella occupazione non riuscirebbero a vivere un solo giorno. Eppure noi consideriamo la poesia e chi la fa, al vertice delle umane manifestazioni. Noi consideriamo banale qualunque azione che manchi di poesia. Ma che cos'è la poesia? Ci sono già delle definizioni? Se dovessi essere io invitato a definirla mi verrebbero le vertigini. Se dovessero costringermi ad indovinare che cosa è direi che a me sembra essere una faccenda umana agganciata a bellezze invisibili e impalpabili che vogliono esistere fra di noi e che s'infilano nell'esercizio della parola, in quello delle arti e delle azioni dei viventi in generale. S'infila nell'amore, s'infila nella pietà, nella bontà, nella fragilità umana e specialmente in tutto ciò che non ha riscontri unicamente utilitaristici. E' e non è intransitiva - il che vuol dire che non rimane nello stesso soggetto che la fa o che la adopera. A che cosa serve? Se dovessi dire a che cosa serve non saprei cosa rispondere. Potrei dire: "forse a dar gusto alle nostre cose, alla vita, come il sale nella minestra e lo zucchero nel caffè". Però è difficile sapere veramente che cosa è e a che cosa serve: come la nascita, ed anche la morte, è impalpabile e senza spiegazioni. Se fossi interrogato da un professore - a scuola - direi: "Ce l'ho sulla punta della lingua, non mi ricordo: eppure stamattina lo sapevo".