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Pagine libere    (pagina 44)

Per poter scrivere, si prendono un foglio bianco e una penna. C'è chi scrive a macchina; cosa che una volta sembrava essere innaturale mentre ora è come prendere carta e penna.
Fra chi scrive, o batte a macchina, e la carta sulla quale devono andare le parole, si stabilisce un legame costituito da molti elementi contradditori. Non sempre avviene in modo troppo evidente, ma chi scrive vede davanti a sé un foglio simile a quello sul quale furono scritte la Divina Commedia, l'Amleto, il Faust e ora destinato a ricevere chi sa quale fesseria. E' meglio non pensarci e illudersi che quello è il primo foglio della storia dell'umanità. Illudersi di inventare addirittura la scrittura, le prime parole, la letteratura. Fra chi scrive e la carta si mettono in mezzo delle paure: la diffidenza nell'affidare alla penna l'incarico di rendere visibile ciò che si vorrebbe lasciar segreto, la decisione di non dire ciò che si pensa veramente - l'allettamento a dir tutto, visto che si è soli - l'allarme di non essere più soli perché lo scritto è già un testimone, un amico infedele, tradimentoso. Cosa fare allora? Buttar via la penna, sfilare il foglio dalla macchina e, accartocciato, buttarlo nel cestino? Spesso questo si fa - poi però si riprende un foglio e lo si guarda come se fosse uno specchio - sembra che ci sia già tutto scritto e che non resti che firmarlo. Debbo dire che non c'è gusto a firmare un foglio bianco. E' come dare il nome a un bambino non nato. E lo specchio è lì davanti: uno specchio bianco che non riflette nessuno. Eppure noi sappiamo cosa c'è scritto: c'è quello che vorremmo scriverci, e quello che vorremmo scriverci è bellissimo come la Divina Commedia, l'Amleto, il Faust - bellissimo: pieno di fatti, di amori - di storie straordinarie - non occorre neppure firmarlo, tanto si capisce che l'abbiamo scritto noi.